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Youth4Climate e Pre-COP26: l’analisi di questi giorni

Dal 28 al 30 settembre ha avuto luogo per la prima volta a Milano l’evento “Youth4Climate: Driving Ambition”, organizzato dal Governo italiano, in partnership con il Regno Unito. All’incontro hanno partecipato attivamente quasi 200 giovani provenienti dai 195 Paesi membri dell’UNFCCC ( United Nations Framework Convention on Climate Change) con l’obbiettivo di formulare delle proposte concrete inerenti all’attuale situazione climatica ed ambientale, oltre a fornire una visione alternativa a supporto delle negoziazioni della Pre-COP26, che ha inaugurato i suoi lavori ieri, presso il centro congressi MiCo di Milano, con la presentazione dei lavori dei giovani delegati ai ministri presenti. L’evento rappresenta in tutte le sue sfaccettature un processo di coinvolgimento sempre più ampio da parte dei giovani nel processo decisionale, con particolare attenzione all’agenda climatica.

Le problematiche legate al surriscaldamento globale hanno condizionato da tempo le politiche dei paesi maggiormente industrializzati, a sottolinearlo è lo stesso Presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel corso del primo giorno della Pre-Cop, il quale ha dichiarato: i Paesi del G20, che costituiscono più dell’80% del PIL mondiale, rappresentano il 75% delle emissioni globali”.

Il dibattito sulla riduzione delle emissioni di CO2 è da tempo sui tavoli dei potenti del mondo, a partire dall’accordo di Parigi sul cambiamento climatico del 2015, ad ogni modo, col tempo si è sviluppata una maggiore consapevolezza e sensibilità anche nella società civile, non di meno nelle nuove generazioni, che maggiormente soffrono i turbamenti ambientali e climatici causati da un incontrollato sistema di produzione. Un esempio fra tutti la giovane attivista svedese Greta Tunberg, la quale ha dato il via al movimento “Fridays for future”, il cosiddetto sciopero scolastico per il clima che per giorni e mesi è stato in grado di mettere in imbarazzo Paesi interi per la conduzione delle loro politiche ambientali poche ortodosse. L’agenda legata alle proteste giovanili è diventata a tutti gli effetti una vera e propria piattaforma di lavoro, in cui più generazioni ed esperienze si incontrano e comunicano, non sempre con lo stesso linguaggio, per dar vita ad azioni comuni incentrate sulla lotta all’innalzamento del clima.

I giovani da tutto il mondo rivendicano azioni concrete atte a prevenire e mitigare il riscaldamento globale e il cambiamento climatico. Il tempo dei “bla bla bla”, come ha affermato Greta durante il giorno di apertura del Youth4Climate è finito, non c’è un piano B, è giunta l’ora di mettere in pratica tutto quello che per anni è stato deciso a porte “semi-chiuse” dai leader mondiali. Il cambiamento climatico, prosegue l’attivista svedese, non è solo una sfida, ma può divenire un’opportunità per la creazione di nuovi posti di lavoro e lo sviluppo di abilità lavorative sempre più “green”.

Parole dure nei confronti dei leader di tutto il mondo hanno caratterizzato il discorso della giovane attivista, dando voce ai miliardi di giovani che una voce non hanno. La lotta al surriscaldamento globale non è più soltanto una battaglia per la salvaguardia dell’ambiente, ma sta mutando il suo paradigma iniziale e divenendo sempre di più una tutela verso le fasce della società più deboli. Questo passaggio si evince perfettamente nelle parole di Greta, la quale afferma “la crisi climatica è sintomo di una crisi di più ampio respiro, la crisi sociale della ineguaglianza, che viene dal colonialismo. Una crisi che nasce dall’idea che alcune persone valgono più di altre e quindi hanno diritto di sfruttare e derubare altri della loro terra e risorse”.

In concomitanza con l’apertura dei lavori della Pre-Cop26 si chiude il sipario sull’evento Youth4Climate, con quello che può essere definito come un vero “clash of generations”, storpiando la tesi di Huntington, in cui i rappresentati delle delegazioni giovanili hanno presentato i lavori difronte ai ministri di mezzo mondo.

Inclusione, giovani e transizione giusta sono i tre pilastri su cui si basano le richieste dei lavori condotti dai ragazzi dello Youth4Climate, i quali chiedono a gran voce che tali misure vengano attuate il prima possibile, sottolineando che bisogna agire velocemente. La transizione energetica è la chiave di volta in molte delle presentazioni discusse nel corso dell’evento, e per quanto i toni siano meno diplomatici e più accessi nei giovani delegati, il tema sociale e della tutela dei gruppi più vulnerabili fa eco alle parole pronunciate qualche settimana fa, nel corso dell’intervento sullo Stato dell’Unione in Parlamento europeo, da parte del Presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, poi riprese anche dal Vicepresidente Timmermans. La transizione deve essere giusta e non lasciare indietro nessuno, in particolar modo non deve danneggiare le fasce sociali più vulnerabili. In tale cornice è evidente come non si tratti più semplicemente di un’azione climatica, ma venga richiesto un’azione climatica radicata nella giustizia sociale.

Maggiore attenzione deve essere data a tutti i non-state actor, in particolar modo a quelli maggiormente marginalizzati, come donne, giovani, minoranze etniche e comunità indigene nei processi decisionali e di capacity building. Proprio da questi ultimi è possibile cogliere la conoscenza e le soluzioni basate sulla natura. Le popolazioni indigene sono le uniche che hanno mantenuto una sana correlazione tra uomo e ambiente, e per questo motivo è necessario seguire il loro esempio.

I giovani sono un secondo elemento essenziale per l’attuazione di una transizione giusta. La loro inclusione e partecipazione nell’implementazione di politiche climatiche deve essere agevolata su tutti i livelli, dal locale al globale. Sono loro stessi a pretendere un ruolo di primo piano in questa lotta prodotta dalle generazioni passate, ma che ormai hanno fatto propria. Tale impeto è evidente in ogni singolo delegato, mossi dal timore e da uno stato di apprensione legato alla continua inattività da parte dei leader del mondo difronte all’imperterrita distruzione della biodiversità e della terra.

Lo J’accuse colpisce anche il mondo della finanza. Si richiede maggiore trasparenza e una rendicontazione dettagliata dei flussi finanziari, ma soprattutto l’abolizione delle “trappole” che attanagliano gli investimenti climatici, con lo scopo di assicurare eque opportunità. È inoltre necessario che tutti gli stakeholder non accettino più alcun finanziamento ed investimento da parte delle realtà legate ai combustibili fossili, senza farsi intimorire dalle attività di lobbying di queste ultime nei negoziati internazionali. Il mondo finanziario può però essere anche lo strumento per attivare fondi da parte dei Paesi ed organizzazioni internazionali per supportare la partecipazione dei giovani nei processi decisionali riguardanti i cambiamenti climatici a tutti i livelli.

L’educazione è il primo tassello per la creazione di una società più consapevole, attenta e sensibile alle questioni ambientali. La problematica legata al cambiamento climatico è stata ignorata per troppo tempo dai potenti del mondo, alcuni di essi hanno addirittura additato l’argomento come un complotto orchestrato per ridurre la produzione a discapito dei competitor sul mercato internazionale. È giunto il momento di creare una società più istruita e coscienziosa nelle azioni da intraprendere per prevenire l’innalzamento del clima, attraverso la promozione dell’istruzione e l’inserimento nei programmi scolastici dei temi legati all’ambiente e al clima, in grado di mostrare l’impatto, le soluzioni e le responsabilità che ognuno ha direttamente nei confronti della Terra. Questione affrontata anche durante l’intervento del Primo Ministro Draghi, il quale ricorda l’impegno intrapreso dai ministri dell’istruzione nell’incontro del G20 di giugno, in cui i rappresentati dei dicasteri hanno assunto l’onere di promuovere l’insegnamento in materia di sviluppo sostenibile nei programmi didattici.

Il trend sembra ormai cambiato, l’inclusione dei giovani nelle decisioni di caratura mondiale sembra aver convinto anche i leader di diversi paesi. C’è un impegno preciso nel coinvolgere i giovani nei prossimi processi decisionali che riguardano ambiente e clima, “non ci sarà una transizione ecologica se non ci sarà eguaglianza globale sul pianeta”, anche dal punto di vista delle generazioni. Sulla stessa linea anche il Presidente del Consiglio Mario Draghi, il quale, nel suo intervento iniziale, sostiene le preoccupazioni delle nuove generazioni nel chiedere maggiori responsabilità, quasi a voler far intendere che le loro richieste non sono vane.

Diverse le iniziative sul banco di prova presentate dal Primo Ministro Italiano: mantenere la temperatura al di sotto dell’1.5 C°, aumentare la quota di risorse rinnovabili nel mix energetico, rendere la mobilità più sostenibile, migliorare l’efficienza energetica degli edifici e salvaguardare la biodiversità. Tutte proposte in linea con le prime misure italiane appena avviate grazie ai fondi del Recovery Plan, dove il 40% dei finanziamenti è dedicato alla transizione ecologica, non più per scelta, ma per necessità.

Malgrado non si parli in dettaglio dei costi legati alla transizione, Draghi sottolinea, memore del recente innalzamento dei prezzi dell’energia, che lo Stato deve essere pronto ad aiutare le famiglie e le aziende a raggiungere nel breve termine il costo della transizione. In tale cornice, il primo Ministro riprende la retorica della transizione giusta, dichiarando che “combattere il cambiamento climatico significa combattere per una distribuzione più equa. È necessario rivolgersi alla transizione in maniera equa ed inclusiva, comprendendo le popolazioni più povere, più fragili, i paesi, ma soprattutto i giovani.”

Lo sguardo si volge poi sui Paesi a basso-medio reddito, spesso i più esposti agli effetti dei cambiamenti climatici. D’altronde è inevitabile che le emissioni in una parte del mondo abbiamo un impatto sul resto della terra. In tale contesto, prosegue Draghi, è fondamentale sviluppare delle strategie a lungo termine che siano coerenti con la mitigazione del clima, riconfermando l’impegno di allocare 100 miliardi di dollari ai Paesi in via di sviluppo.

In ultimo, non si fa attendere la risposta del Primo Ministro italiano all’espressione “bla, bla bla”, tanto efficace quanto semplicistica, pronunciata nel corso del primo giorno del “Youth4Climate” dall’attivista svedese Greta Thunberg. Difatti, Draghi ha dichiarato: “voi ci accusate di fare solo del 'bla bla bla', che, a volte, è semplicemente un modo per nasconderci dietro la nostra incapacità di realizzare programmi e implementare una serie di azioni, ma, in una certa misura, quando si parla di cambiamenti che sono veramente una trasformazione, è di fatto molto utile convincere tutti che c'è bisogno di azioni, che i limiti al riscaldamento non sono solo slogan ma numeri frutto di studi scientifici. I cittadini devono essere convinti di questo.”